VIVERE IN CAMPAGNA AI TEMPI DI WHATSAPP

Cuore alberoQuando vivi nella campagna più sperduta Internet e la rete social possono essere un’ancora di salvezza per non sentirsi soli. Però ultimamente c’era qualche cosa che non mi faceva stare bene. Così nelle ultime settimane mi sono cancellata da tutti i gruppi WhatsApp dei quali facevo parte, anche di alcuni di cui non sapevo di essere stata inserita. Tutti tranne uno: il Girl’s Family Chat dove io, mia mamma, mia sorella Cristiana e le mie nipoti, Ludovica ed Isabella, condividiamo tra Vigoleno e Milano le nostre vite. Si tratta però di un gruppo familiare dove, comunque, vivendo lontane, ci sentiamo quotidianamente anche al telefono, più volte al giorno.

Il punto è proprio questo. Secondo me WhatsApp è un ottimo strumento per creare una messaggistica istantanea per un saluto, per coordinare appuntamenti, per condividere programmi di lavoro, di studio, uscite serali. Il problema è che dietro il messaggio via WhatsApp amicizie e sentimenti si sono trasformati in dinamiche dove la presenza individuale viene blindata e vincolata dall’umore di chi nel gruppo svolge un ruolo più attivo.

Nel gruppo per non sentirsi escluso devi partecipare ed entare a far parte di quest’illusione di essere anche tu parte di qualche cosa, senza poi esserlo. WhatsApp crea la sensazione di un contatto con gli altri che in realtà non esiste veramente, ma resta un modo semplice e superficiale di intrattenere un rapporto virtuale.

Dopo la mia uscita dai gruppi sono diverse le persone che si sono fatte vive come me, in diversi casi alzando anche il telefono, ricostruendo un rapporto di amicizia normale, umano direi.

Nel mondo virtuale di WhatsApp non c’è infatti il calore che solo le persone possono trasmettere reciprocamente, l’empatia, l’approfondimento, la ricerca di sorrisi e sguardi complici che vengono invece rimpiazzati da faccine gialle. La visione che si ha della realtà è quindi sempre parziale, una suggestione di contatto che in realtà contatto non è perché non è concreta, con il rischio di cadere nell’equivoco.

La vita non è fatta di numeri di telefono anonimi, magari neppure assegnando un nome ed un cognome ma un semplice soprannome. Per essere persone bisogna viversi, creare occasioni per stare insieme, parlarsi guardandosi negli occhi, anche litigare se è il caso. Insomma, esistere come persone vere.

PS Da rileggere il pezzo esilarante e pungente di Selvaggia Lucarelli pubblicato sul Quotidiano Libero di qualche anno dedicato – come lo definisce lei stessa sulla sua pagina Facebook – “alla piaga dei corteggiamenti maschili consumati su whatsapp”….da leggere e riflettere.